Malato… io?

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  • 5 / 02 / 2018
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Uno dei temi che credo sia importante affrontare in certe psicoterapie è il concetto di malattia.
Perché succede, a volte, che qualcuno “scelga”, ovviamente in modo del tutto inconsapevole, la malattia come biglietto da visita per presentarsi al mondo.
E lo scelga così profondamente da crederci anche quando questo potrebbe non essere del tutto vero.

Mi è capitato recentemente che un paziente che un poco funziona (o funzionava?) così, si sia presentato in seduta, dopo averci ragionato a lungo insieme, dicendomi che aveva iniziato a farci caso alle parole, perché queste hanno un peso, non sono solo lettere una accanto all’altra.
E allora aveva deciso di fare attenzione in primis lui stesso a non usare la parola malattia, ma problema che sa un poco più di provvisorio, rispetto a malattia.

E se inizia a crederci lui, chissà che non inizino a farlo anche gli altri intorno a lui. Potrebbe fare la differenza.

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Dott.ssa Erika Fissore
Psicologo-Psicoterapeuta
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Psicologo e lettino…

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  • 17 / 01 / 2018
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Una delle cose che spesso le persone dicono quando entrano nel mio studio è: “Ah… ma non c’è il lettino!”.
No, il lettino non c’è. O, perlomeno, non tutti gli orientamenti psicoterapeutici prevedono l’utilizzo del lettino.

E oggi riflettevo sul fatto che, con tutto il rispetto per chi invece il lettino lo utilizza, trovo che abbia un’importanza enorme all’interno di una relazione psicoterapeutica, il vedersi. L’osservarsi. Il guardarsi.
Perché come ci insegnano studiosi di tutto rispetto la comunicazione è molto più fatta di occhi, sguardi, postura, sorrisi, mani, che parole. E perdersi tutto ciò non può che essere perdersi una fetta importante dell’altro.

Dott.ssa Erika Fissore
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Riflessioni sulla sofferenza…

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  • 12 / 01 / 2018
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Il mio lavoro è uno di quelli che un pochetto ti fa crollare le certezze, se va bene ti aiuta anche un poco a relativizzare le cose. Se va bene.
Per esempio si percepisce con mano che la sofferenza è un qualcosa di tremendamente soggettivo, che non esistono eventi di fronte ai quali le persone per forza ma forse neppure tendenzialmente reagiscono in un certo modo.
E neppure i manuali te la raccontano proprio così.

Invece i miei pazienti mi stanno insegnando questo. Le storie, le persone, le relazioni, i tempi, i periodi, il modus cogitandi, quello che ci hanno raccontato e trasmesso, questo fa davvero la differenza.
Non l’evento in se’.

Per fortuna.

 

Dott.ssa Erika Fissore

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Le difficoltà relazionali.

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  • 4 / 01 / 2018
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Riflessione di inizio gennaio.

Ci sono poche persone che sanno farmi sorridere dentro come F. Lo conobbi in quella fase della vita che ha attraversato ogni psicologo in formazione in cui la professione in senso classico non la puoi ancora esercitare e allora vieni catapultato in progetti in cui la tua formazione serve ma non [...]

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Il mio augurio…

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  • 1 / 01 / 2018
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Il mio augurio per questo anno, per ognuno di voi, è di prendervi il vostro tempo, il vostro personalissimo tempo per dedicarvi a ciò che vi piace, a ciò che amate, a chi amate, a voi stessi, a fare anche nulla, se nulla è ciò di cui avete bisogno.
Lasciando a questo 2017 un po’ di senso del dovere, che tendenzialmente ce ne accolliamo anche troppo.

Auguri a tutti voi!

 

Dott.ssa Erika Fissore

Psicologo-Psicoterapeuta

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Auguri

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  • 21 / 12 / 2017
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Il Natale è una di quelle festività che amplifica le emozioni. Che se stai bene allora è complice nel farti percepire tutto più magico e poetico, ma se stai male, fa paura, ti fa sentire più solo quando già ti senti solo, più triste quando la tristezza già invade le tue giornata.

E allora, su questa pagina il mio pensiero va a entrambe le categorie di persone. A coloro che respirano magia in ogni angolo di strada e a coloro che non vedono l’ora che sia tutto finito.

E forse non farebbe male ricordarci che il Natale è prima di tutto uno stato mentale e come tale possiamo ricrearlo dentro di noi in qualsiasi momento dell’anno. Non deve essere per forza il 25 dicembre.

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Dott.ssa Erika Fissore

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Della libertà

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  • 11 / 12 / 2017
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Ieri una paziente mi ha raccontato una cosa che mi ha commossa un poco dentro. Perchè anche se non traspare, anche noi psicoterapeuti alle volte ci commuoviamo. Dentro.

La sua mamma, di fronte alla scelta tra posto fisso in ente statale che avrebbe probabilmente voluto dire la morte interiore della figlia e costruzione incerta di un lavoro basato su una passione grande, coltivata a lungo e con impegno profondo… ha lasciato la figlia libera di scegliere davvero, senza caricarla di paure, ansie e sovrastrutture. Le ha detto, scegli, qualunque cosa tu scelga è giusta.

Parrebbe banale, banalissimo. Ma non credo affatto che lo sia. Quella mamma ha fatto una cosa grandiosa. Ha reso la figlia libera di compiere una scelta, senza caricarla di pensieri, preoccupazioni, timori che probabilmente non avrebbero fatto altro che bloccarla. L’ha resa libera. Dai suoi fantasmi. Dai fantasmi della famiglia. Della società.

Noi terapeuti non diamo consigli tendenzialmente. E io non l’ho fatto con lei. Lei ha scelto la seconda opzione. Con l’entusiasmo negli occhi.

Sarebbe bello che ogni genitore riuscisse a fare questo. Perchè quell’entusiasmo ho idea che farà la differenza.

 

Dott.ssa Erika Fissore

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Un buon terapeuta

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  • 9 / 12 / 2017
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Quando i pazienti terminano il loro percorso di psicoterapia di solito ringraziano per il lavoro fatto insieme. Spesso in realtà lo fanno anche prima.

C’è una cosa che mi viene immancabilmente da rispondere e che credo sia importante che non si scordi, sia in quanto terapeuti (per non incorrere in un delirio di onnipotenza) che in quanto pazienti (perchè è importante dare a Cesare quel che è di Cesare, dicono):
“Un buon terapeuta senza un buon paziente non va da nessuna parte!”.

E lo credo fermamente. Ogni giorno trascorso in studio, di più.

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Dott.ssa Erika Fissore

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Maledetti stereotipi

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  • 28 / 11 / 2017
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Condivido oggi con voi una riflessione fatta in questi giorni e scaturita nella mia vita personale.
Quando non esercito la professione di psicoterapeuta, mi piace raccontare storie utilizzando diversi materiali.
I protagonisti sono persone da sole, persone con animali da compagnia o coppie, in situazioni di relax e leggerezza.

Uno di questi giorni, grazie a una coppia omosessuale bella e innamorata che osservava una delle mie creazioni, ho avuto un insight, uno di quelli che si hanno anche in psicoterapia.
Improvvisamente ho realizzato che in automatico da due anni racconto storie che prevedono come protagonista la coppia nel senso classico del termine, ma assolutamente non quella omosessuale.
Mi ha colpita molto e mi ha fatto riflettere, perchè nonostante la mia attenzione al tema, se non altro come professionista che lavora sia con coppie eterosessuali che omosessuali, lo stereotipo ha avuto inconsciamente la meglio su di me.

Oggi mi viene da raccontarvelo. Perchè è stato spunto di riflessione profonda per me e per alcune persone con cui ho condiviso questo momento e spero possa esserlo anche per voi.
Perchè gli stereotipi sono lì, dentro di noi, a tal punto da fregarci senza che ce ne si renda minimamente conto.

 

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Dott.ssa Erika Fissore

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Tra bene e male.

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  • 17 / 11 / 2017
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Uno dei libri che ho maggiormente amato all’Università è “Storie permesse, storie proibite” della dott.ssa Valeria Ugazio.

Sarà che l’ho letto e studiato in un periodo particolare del mio percorso di studi, sarà che il libro è proprio bello e l’approccio terapeutico raccontato assolutamente interessante, nel tempo l’ho poi preso in mano milioni di volte. Non lo consiglio ai non addetti ai lavori che non abbiano un poco di dimestichezza con la psicologia perchè tutto sommato non si tratta di un libro semplice, senza qualche base alle spalle.

L’idea sostanzialmente è che la psicopatologia sia un comportamento comunicativo, che si sviluppa nelle relazioni con gli altri. Il pensiero di fondo è che il soggetto sia un soggetto contestuale; l’individuo senza le relazioni in cui è inserito è come una medusa: se la togli dall’acqua, sostanzialmente, non esiste. L’individuo esiste nelle relazioni.

La psicopatologia è quindi un comportamento intelligente ma è un comportamento intelligente che produce anche un sacco di svantaggi. Ovviamente non è un comportamento positivo, ma è la strada che l’individuo in modo inconsapevole, parzialmente o totalmente ma comunque inconsapevole, ha prodotto per risolvere un suo modo di comporsi con gli altri. Secondo questa teoria nelle famiglie in cui si sviluppa un  comportamento disfunzionale diventa prevalente un tema, una semantica a livello comunicativo e relazionale.

Nel caso per esempio del disturbo ossessivo-compulsivo la semantica prevalente è quella  della bontà con la sua contrapposizione fra bene e male.

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Di conseguenza:

“ I membri di queste fa­miglie si sentiranno , e saranno considerati, buoni, puri, re­sponsabili o, al contrario, cattivi, egoisti, immorali. Incontreranno persone che li salveranno, li eleveranno, o, al contrario, che li inizieranno al vizio, li indurranno a comportamenti di cui potranno poi sentirsi colpevoli. Spose­ranno persone capaci di abnegazione, innocenti, pure o, invece, crudeli, egoi­ste che approfitteranno di loro. I loro figli saranno buoni, puri, casti o, al contrario, sfrenati nell’espressione dei loro desideri, violenti nell’affermazione di se stessi e della propria sessualità. Alcuni di essi soffriranno per l’egoismo, e a volte per la malvagità degli altri o per l’intrinseca cattiveria dei propri impulsi. Altri saranno orgogliosi della propria purezza e superiorità morale. E alcuni si sentiranno appagati dalla soddisfazione dei propri impulsi” (Ugazio, 2012,p.163).

Buono è chi rinuncia all’espressione dei propri desideri e alla difesa dei propri interessi, chi si sacri­fica, chi si allontana dalla dinamica «pulsionale», e non chi è disponibile, ac­cogliente, garbato e generoso verso gli altri. Cattivo è chi esprime la propria sessualità e le proprie «pulsioni» aggressive, ma anche chi afferma se stesso,  agisce per il  riconoscimento delle proprie capacità e dei propri meriti.

La psicopatologia dell’ossessivo-compulsivo nasce da questa fatica nello schierarsi e nel definirsi buono o cattivo, perchè entrambi in queste famiglie pare impossibile esserlo, ma schierarsi comporta delle conseguenze non sempre così gestibili.

 

Dott.ssa Erika Fissore

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Delle banalità che non ci diciamo

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  • 6 / 11 / 2017
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“Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere.”

Max Planck

L’articolo di questa sera nasce da una serata tra amici e dalle riflessioni scaturite dentro di me il giorno successivo.

La situazione è la seguente: quattro adulti e un bambino di due anni e mezzo. Il bambino sta giocando con uno degli adulti su un divano, rischiando di cadere. Si cerca di esortare il bambino a modificare il gioco. La sottoscritta ad un certo punto esordisce, rivolgendosi all’adulto sul divano: “Sei tu l’adulto in questa situazione, sei tu che devi dire a lui cosa può o non può fare”.

In seguito alla mia frase, degli altri adulti uno dei tre ha iniziato a giustificarsi, probabilmente sentendosi attaccato;  gli altri due si sono voltati verso la sottoscritta con stupore, come avessero di fronte un alieno, dicendo: “E’ vero, hai ragione!”. Di questo piccolo frame il giorno dopo mi è rimasto dentro lo sguardo pieno di stupore. Come se la sottoscritta avesse rivelato una grande, grandissima verità. Mentre io avevo la consapevolezza di aver espresso una grande grandissima banalità, oggettivamente vera, ma banale. E ho iniziato a interrogarmi su come questo fosse possibile. La risposta che mi è venuta in mente è che spesso ciò che manca in questa nostra esistenza è proprio il pensiero. La possibilità ma anche la capacità di fermarsi e dedicare del tempo al pensare. «Ritagliarsi spazi per pensare fa bene da un punto di vista neurologico, perché aiuta la mente a non fare cortocircuito, a non ingolfarsi di vita affannata, quotidiana. E fa bene perché ci decentriamo dalle occupazioni più consuete per esplorare altre possibilità della mente e del pensiero, assicurandoci una ricarica di energia vitale» spiega Duccio Demetrio, professore di filosofia dell’ educazione a Milano Bicocca.

 

https://www.flickr.com/photos/corpacisalvo/6008443755/in/photolist-a9WQZR-jV3aYf-5V2bkM-5nVCtq-bnUt6X-pDSWPj-D72onC-5eUkcb-btSMuF-98j2HA-9PCmzy-7y44Ck-4DRGut-ZmtPc-2FPT38-fycpnG-993wQr-9andTf-7YLgzM-9fmXRj-4AVnMe-8h4Qqa-488LYd-5BgZcM-cFCgSL-gRfWYu-LhRyym-5eRtSS-6TBX5E-qgxYxi-5EU8kp-EN4Rgj-cTX1Mu-BEcMrw-3JssEw-sn7kfH-dTdcy2-5DtnJk-aewK2L-F5Ad69-MWTWFx-6F7xyL-29NHMS-x2hNhp-9dddvJ-35AwDP-9pmE8q-bQ7ytR-aD7yRJ-fBYKA6

foto di Roberto Carrer, “Time to go”, tratta da www.flickr.com

 

Di nuovo, proprio come quella sera, dico una grande banalità. Probabilmente, per mille motivi che esulano anche da noi stessi, facciamo fatica a trovare il tempo per fermarci, isolarci dalle reti nelle quali siamo inevitabilmente inseriti e ascoltare ciò che ci arriva da dentro, osservare ciò che stiamo vivendo da un punto di vista un poco più esterno. E credo sia uno sforzo che vale la pena fare. Che è un poco quello che si fa all’interno della stanza di psicoterapia. Ci si ferma. Ci si ascolta con l’aiuto di qualcuno. Si trova il tempo, fisico e mentale, per osservare noi stessi, le nostre relazioni, le nostre azioni, le nostre emozioni, un poco più da fuori. E’ incredibile la quantità di insights che si hanno durante un’ora di psicoterapia. Ma questo avviene, credo, bravura del terapeuta a parte, perchè ci siamo presi quel tempo, che è tempo per pensare, per creare connessioni, per pensare a delle banalità così banali che non ci ricordiamo neppure più di pensarle. Come diceva un tal Carl Gustav Jung: “E’ un peccato che noi teniamo conto delle lezioni della vita soltanto quando non ci servono più a niente”. E allora, visto che Jung se diceva qualcosa mica lo faceva tanto a caso, proviamo a prendere spunto dalle lezioni della vita nel momento in cui la vita ci offre lo spunto. Si potrebbe intanto partire da questo.

Dott.ssa Erika Fissore

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Dott.ssa devo SOLO farmi un regalo?

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  • 28 / 10 / 2017
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“Non sono le specie più forti a sopravvivere, nè le più intelligenti, ma sono quelle che riescono a rispondere con maggiore prontezza ai cambiamenti”.

(Charles Darwin)

 

Uno degli aspetti che maggiormente mi sorprende all’interno di un percorso pricoterapeutico è il fatto che i pazienti, non sempre ma tutto sommato mi viene da dire abbastanza spesso, fanno fatica a riconoscere i cambiamenti, nel momento stesso in cui li mettono in atto.

A volte, tra una seduta e l’altra, i pazienti compiono azioni (a livello concreto, di pensiero, emotivo o relazionale) che potrebbero essere descritte da uno spettatore esterno come “lo scalare una montagna”, nemmeno di quelle più semplici. Però lo raccontano come un evento tra gli eventi, a volte addirittura se lo tengono lì, per poi esplicitarlo all’ultimo. Questa cosa mi ha sempre fatto un po’ sorridere. Perchè è solo quando lo psicoterapeuta evidenzia quanto importante sia il cambiamento attuato, che il paziente ha un insight, rendendosi conto di essere stato bravo, a volte molto bravo.

E tutto ciò non avviene affatto a caso.

Come ha infatti dimostrato Douwe Draaisma, famoso psicologo olandese, ricordiamo più facilmente gli eventi negativi rispetto  a quelli positivi. E la colpa la dobbiamo dare al cortisolo, ormone dello stress, che marchia l’evento stressante in modo che venga impresso nella memoria a lungo termine.  I ricordi angosciosi e paurosi sono infatti più importanti per la nostra sopravvivenza rispetto a quelli piacevoli. Insomma, si tratta di un fattore evolutivo.

“Per un fatto evolutivo, sopravvivere è importante. Se le persone vi trattano male, ve lo ricorderete per tutta la vita. È stata una delle funzioni evolutive chiave per la nostra sopravvivenza,” ha detto Ming Zhou, professore al dipartimento di fisiologia dell’Universitàdi Toronto e detentore della Michael Smith Chair in Salute Mentale e Neuroscienze. “Ci ricordiamo di chi non si comporta bene con noi. È così che sopravviviamo. Tendiamo a dimenticare le persone che sono buone con noi, perché non sono un problema per la nostra sopravvivenza,” ha spiegato Zhou.

Ed è così che l’altro giorno una mia paziente che non guidava da ormai sei anni, in preda all’ansia e agli attacchi di panico, mi ha comunicato di essersi iscritta il giorno prima a scuola guida per riprendere confidenza con l’automobile. Cosa impensabile fino a quindici giorni prima. A fine seduta le ho dato un compito da fare: farsi un regalo, per premiarsi, perchè dal mio punto di vista meritava assolutamente di essere premiata. Mentre ci stavamo salutando mi ha detto: “Quindi non ho nessun compito da fare? SOLO farmi un regalo?”. Già, SOLO. Ne abbiamo sorriso insieme.

farsi un regalo

Ma è proprio così, dobbiamo allenarci a soffermarci su quanto di buono stiamo compiendo, perchè mica il cortisolo è così facile da tenere a bada. Quindi dobbiamo imparare a farci attenzione, a riconoscercelo e a fare i complimenti a noi stessi quando questo accade. E perchè no, magari anche a premiarci.

 

Dott.ssa Erika Fissore

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